Ultima modifica: 3 Aprile 2019

Duello nel pacifico

Recensione
di B. Asia e I. Matilde (IID)


Regia: John Boorman, 1968, USA. Attori: Lee Marvin (capitano statunitense); Toshirō Mifune (capitano giapponese)

Lavorando sulla questione della violenza abbiamo visto questo film sulla seconda guerra mondiale. Il film narra di un giapponese e un americano che si trovano in un’isola, da soli. Essendo nemici, inizialmente,  combattono fra di loro e si fanno prigionieri prima l’uno e poi l’altro. Parlando due lingue differenti non riescono a comunicare.

Successivamente cominciano a collaborare e costruiscono una zattera per scappare dall’isola. Nella costruzione della zattera trovano difficoltà nel capirsi e spesso litigano. Ma, alla fine, riescono insieme a superare la barriera corallina e a navigare in mare aperto. Dopo aver superato una dura tempesta raggiungono la terraferma. Lì trovano una base militare giapponese abbandonata e ormai deserta, usano le cose che trovano, si lavano e si rifocillano. Il giapponese trova una rivista americana dove ci sono delle immagini violente nei confronti del suo popolo. I due, che hanno bevuto abbondantemente, si innervosiscono e alzano la voce tra loro.

Ci sono due versioni del finale:

1: Durante il litigio improvvisamente scoppia una bomba che fa morire entrambi.

2: Dopo il litigio l’americano va via e il giapponese si allontana nella direzione opposta.

“Il finale che ho preferito  è  il primo perché  nell’altro mi sembrava che avesse poco senso il fatto della loro separazione” (Asia).

“A me è piaciuto di più il secondo finale, perché, nel primo, non si capisce chi ha messo la bomba e non mi piace che muoiano entrambi” (Matilde).

Il film esprime l’incapacità  nel comunicare fra due persone di lingua, razza, e nazionalità  diversa, soprattutto in un  periodo di guerra. Eppure incontrarsi da soli su un’isola ha significato per loro molto, perché, in certi momenti, si sono ritrovati ad avere pietà l’uno dell’altro. Ad esempio quando il giapponese stava per uccidere l’americano, ma poi ci ripensa e lo fa prigioniero, anche se non riesce a sopportare il suo sguardo di sofferenza. Anche l’americano, dopo aver fatto a sua volta prigioniero il giapponese, decide di liberarlo per compassione.